venerdì 4 giugno 2010

E'

Era giovane, bello, con i capelli folti e due baffetti che nell'insieme gli davano un'aria antica, aveva quarant'anni o quasi e non c'era verso di farlo smettere di giocare a calcio, aveva due figli, aveva due figlie, sua moglie aveva partorito durante il campionato e la squadra prima l'aveva festeggiato ma poi ne aveva sentito la mancanza per un po', aveva un figlio e due gemelli, figli non ne aveva, ma chissà magari presto; si era rotto una costola, il naso, distorto una caviglia, fottuto il crociato, operato il ginocchio più volte, oltre alle botte, gli ematomi, i versamenti, i crampi al polpaccio, e il fiato corto; correva e fiato ne aveva, e aveva una passione per le liquirizie, per i biscotti ringo prima della partita, un caffè prima della partita, una banana prima della partita, niente prima della partita che se no dopo cinque minuti dal fischio doveva correre in bagno; era permaloso, pigro, per niente autocritico, narciso, emotivo, esibizionista, polemico, nervoso, s'incazzava come una bestia e non diceva niente, scattava per un niente, era taciturno, negli spogliatoi e al tavolo, l'autoironia gli mancava un poco, e la leggerezza quasi del tutto; sapeva guardare in faccia l'avversario e capire chi aveva davanti, sapeva tirarlo matto e a volte l'operazione gli scappava di mano, ma non avrebbe mai rubato con disonestà come altri avevan fatto con lui, anche se un po' gli piaceva dire che sì, in certe circostanze l'avrebbe pur fatto; non poteva fare a meno del colpo di tacco, di chiedere la distanza, di aprirsi quanto basta in barriera, di buttarsi a terra per una manciata di secondi dopo aver lasciato passare un goal, di saltellare sulle punte dopo un goal, di urlare come un matto da bordocampo, di cercare di convincere la squadra a giocare indietro, stare fermi e aspettarli, di voler vincere, di volersi divertire; era pronto a tutto, anzi, era pronto alle migliori cose, a sorridere, a imparare, a mettersi da parte, a buttarsi in mezzo, a stare su la notte, a fare una cosa di più di quanto a lui sarebbe bastato, a dire, a non dire, a sognare forte, a legare i piedi per terra, a essere un altro, a essere se stesso nel modo più potente possibile, a fare il meglio possibile e qualcosa di più, ad ammettere gli errori, a fare festa, a concentrarsi, a tirare in ballo la più selvaggia energia, anche quando la settimana se l'era mangiata tutta, l'energia; a nutrire la sua vita, la sua famiglia, il suo tempo con le grazie ricevute e sudate masticando le scarpe sul campetto; a diventare una cosa sola con i suoi, tanti, compagni, da chi c'era sempre a chi aveva giocato solo due volte in tutto l'anno, facendo della ricchezza di ognuno il suo superpotere; passando accanto al campetto non gli avresti dato due lire, ma se ti fermavi un momento vedevi che aveva un cuore intelligente e grande, e la grandezza di questo cuore ricamava la sua corsa sul campo e gli si leggeva in faccia; aveva una faccia bellissima, sdrucita e d'oro come la maglia.

Ieri l'ho visto giocare per l'ultima volta nel campionato, perchè ha perso e ora è fuori. Qualcuno mi ha detto che dovevo scrivere un coccodrillo per lui, ma io lo conosco bene e so che mica finisce qui. E sai perchè?

Perchè è giovane, bello, con i capelli folti e due baffetti che nell'insieme gli danno un'aria antica, ha quarant'anni o quasi e non c'è verso di farlo smettere di giocare a calcio, ha due figli, ha due figlie, sua moglie ha partorito durante il campionato e la squadra prima l'ha festeggiato ma poi ne ha sentito la mancanza per un po', ha un figlio e due gemelli, figli non ne ha, ma chissà magari presto; si è rotto una costola, il naso, distorto una caviglia, fottuto il crociato, operato il ginocchio più volte, oltre alle botte, gli ematomi, i versamenti, i crampi al polpaccio, e il fiato corto; corre e fiato ne ha, e ha una passione per le liquirizie, per i biscotti ringo prima della partita, un caffè prima della partita, una banana prima della partita, niente prima della partita che se no dopo cinque minuti dal fischio deve correre in bagno; è permaloso, pigro, per niente autocritico, narciso, emotivo, esibizionista, polemico, nervoso, s'incazza come una bestia e non dice niente, scatta per un niente, è taciturno, negli spogliatoi e al tavolo, l'autoironia gli manca un poco, e la leggerezza quasi del tutto; sa guardare in faccia l'avversario e capire chi ha davanti, sa tirarlo matto e a volte l'operazione gli scappa di mano, ma non ruberebbe mai con disonestà come altri han fatto con lui, anche se un po' gli piace dire che sì, in certe circostanze lo farebbe pure; non può fare a meno del colpo di tacco, di chiedere la distanza, di aprirsi quanto basta in barriera, di buttarsi a terra per una manciata di secondi dopo aver lasciato passare un goal, di saltellare sulle punte dopo un goal, di urlare come un matto da bordocampo, di cercare di convincere la squadra a giocare indietro, stare fermi e aspettarli, di voler vincere, di volersi divertire; è pronto a tutto, anzi, è pronto alle migliori cose, a sorridere, a imparare, a mettersi da parte, a buttarsi in mezzo, a stare su la notte, a fare una cosa di più di quanto a lui basterebbe, a dire, a non dire, a sognare forte, a legare i piedi per terra, a essere un altro, a essere se stesso nel modo più potente possibile, a fare il meglio possibile e qualcosa di più, ad ammettere gli errori, a fare festa, a concentrarsi, a tirare in ballo la più selvaggia energia, anche quando la settimana se l'è mangiata tutta, l'energia; a nutrire la sua vita, la sua famiglia, il suo tempo con le grazie ricevute e sudate masticando le scarpe sul campetto; a diventare una cosa sola con i suoi, tanti, compagni, da chi c'è sempre a chi ha giocato solo due volte in tutto l'anno, facendo della ricchezza di ognuno il suo superpotere; passando accanto al campetto non gli daresti due lire, ma se ti fermi un momento vedi che ha un cuore intelligente e grande, e la grandezza di questo cuore ricama la sua corsa sul campo e gli si legge in faccia; infatti ha una faccia bellissima, sdrucita e d'oro come la maglia.



With love, dal vostro Presidente

3 commenti:

giovanni ha detto...

mi viene da dire " "

Sebi ha detto...

Leggendo le suggestioni visionarie del Presidente mi e' venuto in mente il racconto di Borges intitolato l'Aleph: complimenti davvero, un piacere leggere.
E per passare a toni più prosaici..per fortuna che l'anno prossimo è dietro l'angolo!
Ciao a tutti

Igor ha detto...

Ieri alle 12.00 pensavo a cosa avrei mangiato la sera con mia moglie, dopo aver messo a letto i bambini. Ieri alle 21.00 ero a bordo campo, vestito di tutto punto con i colori dell'Elitron Football Club. Ieri alle 21.25, o giù di lì, ho pensato che il mister fosse da manicomio quando ha detto soltanto "Igor", chiamando l'entrata in campo di uno che non gioca da dicembre, non si allena da marzo, ha un'ernia e due figli che gli tolgono il sonno. Io ero lì non dico per caso, ma quasi. Giovanni mi ha imposto di esserci, per tornare se non altro a respirare l'odore del sintetico e l'aria dello spogliatoio (fresca come gli effluvi della Roggia Vettabbia), per invogliarmi a rintracciare la voglia di pallone, il piacere del sudare, la fatica della corsa, la gioia del gol fatto e la rabbia di quello subito, la tensione del tempo che passa in fretta o non passa mai, gli occhiolini di fiducia negli sguardi dei compagni, le pacche sulle spalle a darci forza, in campo e fuori. Giovanni voleva solo questo, ma io ci ho messo del mio telefonando al mister con un'idea malsana. "Mister, senti, io stasera vengo lì, mi metto la divisa e se proprio qualcuno non ce la fa, se ci lascia il polmone in campo, se un domino impazzito di infortuni li taglia fuori tutti, ecco, io posso anche entrare. Ma tu lo sai, vero, come sto messo. Quindi contami, ma non contarmi davvero".
E' contagiosa, la follia. Per un pazzo che chiama c'è sempre uno che risponde. All'altro capo del telefono, il mister sprizzava euforia contenuta. Avrei dovuto capirlo subito quel lampo che - sono sicuro - gli ha attraversato lo sguardo, mostrandogli un Piccolo Principe leggiadro nella corsa, rapido nello scatto, generoso dietro a ogni pallone, cinico davanti al portiere avversario. Una visione prossima al sogno. Avrei dovuto capirlo, e ritirarmi da subito.
Non l'ho fatto, e ne sono felice. Dovrei ringraziare lui, per la fiducia nei miei mezzi e per avermi svelato che alla fine, quel che conta, è una giusta dose di incoscienza. Ma voglio ringraziare tutti, per aver compiuto un piccolo miracolo: farmi sentire un giocatore dell'Elitron Football Club fino in fondo, a dispetto di un totale di minuti giocati che non tocca forse nemmeno la mezz'ora.
L'anno prossimo, ha ragione Sebi (o Seba?), è dietro l'angolo. Giriamolo in fretta.