La ragassa del calcetto fuma intirizzita fuori dalla porta, nella versione invernale con involucro di lana e parte del suo fascino arrotondata dall’imbottitura, mentre Seba beve un caffè e ne offre un altro; ai tavoli alle nostre spalle si sente parlare in spagnolo. Sono loro. Quando si alzano sono alti come da seduti, ma sono sudamericani e quando abbiamo incontrato altri sudamericani ci hanno fatto piangere.
Il calcio è gioia, il calcio è concentrazione e così si ride e si scherza mentre vengono distribuite le maglie (borsone nuovo, segnare a bilancio), come nello spogliatoio del Milan di Ancelotti, quello dei bei tempi, non quello di ora, che mettono la colonna sonora della Champions per condizionarsi à-la-Skinner, tristesse. Poi viene il momento della concentrazione. Guarda chi c’è nello spogliatoio e ascolta il Mister: roba veloce stasera, ci possiamo permettere il pressing, pare. Flashback. Maglie blu, facce da foresta pluviale, proviamo a correre più di loro e finisce in tragedia, ubriacati da passaggi e finte, ammazzati dalla loro velocità superiore, dalla tecnica asfissiante, con le gambe attorcigliate dalla loro samba infernale. “Immaginatevi sconfitti”. Nell’incubo che non vogliamo c’è musica sudamericana, ci sono loro che non ti sfiorano e accarezzano il pallone come in una danza, c’è il loro ballo: rumba, bolero, merengue, guaracha, conga, cumbia che sia o forse più probabilmente una milonga, dal momento che hanno una vistosa scritta “Argentina” sulle maglie.
E invece no, amigos. Invece al fischio parte il
rock’n’roll.
E siamo noi a suonarlo. È un muro travolgente, una rullata di batteria che lancia la carica, non lascia respiro, ti viene a cercare in ogni angolo. C’è un chitarrista coi baffetti e un cantante con gli occhi di ghiaccio: sono loro i front men che ti ricorderai, quelli che tutti sognano di essere, sono loro che ti calcano le parole nelle orecchie e nello stomaco, che ti fanno saltare in mezzo alla folla e riempiono la rete, ma dietro c’è la sezione ritmica, che colma i vuoti, crea struttura e dà forma al pezzo. È la batteria di Giangio o di Sua Eleganza, che suona con le mani dietro alla schiena, sempre, è il basso virtuoso del Mister, che alle volte si affaccia alla ribalta o di un concreto Lupin, che va giù piatto, ventre a terra, come sa, mettendo cuore e muscoli al servizio della causa. (Il portiere fa il tecnico del suono: se tutto fila liscio, chi lo conosce? Se sbaglia si ricordano di lui, ma le mani guantate dei nostri due muovono le levette come si deve).
Solo una pausa, un secondo per respirare, qualcuno ha chiamato un pezzo fuori scaletta e uno degli amici di Chorry accenna un passetto incrociato su una melodia di fisarmonica, tra lo stupore generale. Un tango sbilenco per una platea attonita. Ma riparte una nota a sorpresa, steccata di punta dal Mister, una grattata di plettro a tutto volume e via di nuovo con la nostra di musica. Nella pausa proviamo ancora a far finta di aver paura, ad evocare
goleade prese nel secondo tempo, ma lo show va avanti, anzi i pezzi migliori arrivano adesso e concediamo pure i bis, duetti fantastici che mandano in goal a ripetizione i due davanti.
Prova a ballare la milonga adesso, se ci riesci. Stacci dietro se puoi, sputa i polmoni. Migliaia di chilometri in aereo per venire a farti schiantare su un campo di moquette in Corvetto. Massimo rispetto, giocatori dell’altro emisfero, ma stasera è musica boreale. E’ il rock’n’roll targato FC Elitron.
Dopo, una fettina di mutanda casta spunta sopra il bordo dei jeans della ragassa. Non servono i trucchi quando hai l’indole. Andiamo a piedi verso una pizzeria da lunedì, dove ci attende un cameriere della specie scortese-che-fa-il-simpatico con battute fuori luogo e la confidenza sbagliata di chi vorrebbe (giustamente) andarsene a casa dopo una giornata di lavoro e sorride storto alla richiesta di un giro gratis di ammazzacaffè.
Vincere è così bello che anche noi siamo bellissimi nel sottopassaggio del metrò, a camminare in formazione sparsa per i gradini della linea 3. Sembriamo una rock band nel tunnel verso il palco. Sentite? È il lungo boato di una folla, come alla fine di una canzone, come dopo un goal. No, erano solo le macchine di chi si affretta verso la tangenziale. Ma noi siamo la Elitron, signori, e se c’è da suonare ancora, siamo pronti.