martedì 24 novembre 2009

Elitron-Bad Boys 6-0

Cattivi ragazzi. Corrono come lepri ha detto Palu. Sono giovani. Corrono come giovani lepri. Noi siamo (meravigliosi) uomini di una certa esperienza. Le lepri corrono senza ragione, sfuriando con i muscoli elastici sul prato, sulla moquette, sotto il cielo e sotto il pallone di gomma nel freddo non troppo convinto di novembre. Cattivi ragazzi. Le cose che non sanno, le cose che devono ancora vedere. I dischi che abbiamo comprato certi pomeriggi di sabato, i libri che abbiamo letto. Dove fanno le vacanze? Si va ancora in Grecia sui traghetti puzzolenti e impregnati della guazza salata che vien su di notte? Quanto dura il loro tempo? Quando sei giovane sei immortale: i giorni sono infiniti, gli anni non ne parliamo. Sembra che niente debba mai finire. Smetti di essere giovane davvero quando cominci a pensare che i bei tempi andati, eh…, quelli sì che erano belli. Noi siamo (quasi tutti) uomini di una certa esperienza che guardano correre le lepri e si chiedono come sarà per loro considerare il duemilanove come “i bei tempi”. La maturità comincia con un disagio che ha a che vedere con il tempo, con la sensazione che improvvisamente le cose hanno un inizio e una fine che puoi prevedere. Quindi noi non corriamo a casaccio, perché certi tempi sono finiti, perché niente dura per sempre e se ci pensi bene smettere con tutto questo è una prospettiva con cui dovremo fare i conti sul serio. Noi giochiamo la partita perfetta. Chiusi, attenti, concentrati, ogni minuto è da spremere, perché dura sessanta fottuti secondi. Siamo vecchi, ma che spettacolo. Siamo vecchi ma sappiamo come fare. Siamo vecchi, ma giocheremo per sempre e la nostra soddisfazione la puoi tagliare a fette con un coltello da pizza, mentre aspettiamo la pizza. I dettagli tecnici non contano. Bravo Alberto, che è giovane ma sta al suo posto in una squadra seventies, bravo Prea che all’appuntamento importante non arriva solo puntuale, ma con un mazzo di quattro rose, bravo Palu, sempre più roccioso in mezzo alla difesa, bravo Giangio che attraversa il nordest per arrivare come niente fosse in Corvetto all’ora giusta e ne valeva la pena; bravi tutti gli altri che hanno fatto la loro parte con precisione e determinazione. Ma non è questo che conta. E’ piuttosto quella sensazione dopo, quell’euforia che ti sorpende addiruttura la mattina successiva. Quell’impressione che per quei quaranta minuti, con quei ragazzi di una volta che ti stavano vicino con la stessa maglia, il tempo si sia fermato. La felicità si costruisce nel tempo, ma anche in una partita, qualche volta.

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