Il climax della serata è raggiunto negli spogliatoi, dopo
l’incontro, quando la mutanda di ricambio di Giangio sfugge dalle dita del suo
proprietario e atterra nella pozza d’acqua e reperti tricologici assortiti
antistante le docce. Il commento è pacato, come nello stile del personaggio, ma
esprime, al di là di ogni dubbio, chiaro sconcerto (per maggior chiarezza: non
è stata scomodata la divinità ma più sobriamente tale Diaz, che potrebbe
identificarsi nel capo di stato maggiore dell’esercito italiano durante la
prima guerra mondiale ovvero in un prolifico attaccante che vestì, tra le altre, anche la
maglia dell’Inter in un fortunato campionato del passato millennio). La mutanda
finisce in quarantena e il ritrovato atleta cavalca a pelo, al posto di comando
della Citroën USS Enterprise, rinunciando in viva-voce alla cena in compagnia
per ripiegare a casa e provare a mettere una pezza alla disorganizzazione
mentale e pratica della sua esistenza.
La partita, incidentalmente, finisce quattro a zero: un
punteggio classico, un risultato che nella sua cristallina e brutale evidenza
non ha bisogno di tante spiegazioni, anche se in questo caso ne ha, magari, a
partire dallo stato di forma precario del raccogliticcio manipolo di superstiti
che ieri sera componevano la FCE per continuare con l’esiguità del suddetto
gruppo, che non permetteva cambi, di fronte ad una formazione più giovane, come
quasi sempre sarà, ahinoi, e fisicamente prestante; aggiungici una confcall con
argomento VPN, condotta da Carlo a bordo campo, in due lingue diverse,
approfittando di un epocale ritardo dell’arbitro, un ginocchio che tornava a
piegarsi dopo mesi di inerzia e il quadro è completo. Prendiamo tre pere su
azioni condotte in velocità e in verticale e una da calciobalilla su un
rimpallone deflagrante a conclusione di un arabesco difensivo finito malamente.
Nel primo tempo forse soffriamo più che nella ripresa, dove anzi la prima metà
ci è decisamente favorevole. Sprechiamo un po’, un po’ ci vediamo negare il
goal dal loquace e reattivo portiere avversario. Loro sono più giovani, veloci,
concreti, cinici e fortunati. Risultato, vedi sopra. Ora ci aspettano i Black
Star, nella finale non finire alla fine della classifica: non il migliore
cliente per questo tipo di operazione.
Dopo, nel locale dei simpaticoni, che arricchiscono il loro
profilo psicopatologico prendendo a cinghiate sul culo chi compie gli anni e
decide di festeggiare da loro, non c’è gran spazio per le riflessioni sulla
squadra e il suo futuro. Si opta piuttosto per una approfondita dissertazione
circa l’opportunità di una copula al secondo appuntamento e sui suoi eventuali,
reconditi significati, mentre su uno schermo muto vanno in scena carrettate di
goal.
Propongo dunque qui, ora, uno snello decalogo basato su
alcune cose che questo torneo pre-campionato ci ha insegnato o reso evidente e
che sarebbe opportuno applicare al Libertas.
Primo: giocare bene si può. Giocare meglio si deve. Quello
che abbiamo fatto, più che altro nei primi due incontri, era positivo, ma ha
bisogno di essere concretizzato e di trasformarsi in vittorie e punti. Vanno
evitati alcuni cali di concentrazione e possibilmente va guadagnato uno stato
di forma che ci consenta di arrivare senza affanni al quarantesimo, anche senza
cambi.
Secondo: un altro modo per giocare bene è essere una
squadra. Non solo nel banale senso di sentirsi uniti da un obiettivo, che pure
è importante, ma anche in quello di sapere che cosa sta succedendo attorno e
che quello che si fa ha un senso in relazione al contesto e alle azioni degli
altri.
Terzo: vincere conta; se giochiamo bene, ci divertiamo e
questo ci piace, sopra ogni altra cosa (beh, quasi). Tuttavia, la sconfitta
lascia l’amaro in bocca: quindi vedi punto primo (in senso figurato, se no poi
torni qui e ricominci all’infinito).
Quarto: vanno evitati gli sport estremi nel fine settimana perché
possono provocare infortuni (per esempio, Olly, basta andare a far funghi).
Quinto: non bisogna spedire mail ricche di entusiasmo alle
due di notte dopo una partita. Meglio dormire. Inevitabilmente, infatti, lo
dice la statistica ormai ricca, la gara successiva ha esiti che si collocano
tra il grottesco e il patetico.
Sesto: non commettere atti impuri (questa l’ho copiata, lo
ammetto).
Settimo: “la FCE si ama e basta” (cit.).
Ottavo: dopo la partita si fa la doccia e poi si va a
mangiare. Se si deve andare, per esempio, il giorno successivo alla laurea di
un parente, occorre organizzarsi per tempo, non decidere all’ultimo minuto e
tornare a casa per fare la valigia e chiedere perdono per la propria
inettitudine.
Nono: urge trovare un congruo numero di rinforzi. Il
campionato è lungo, Teto è come Achille (quello greco dalla sessualità confusa,
non quell’altro che non conosco se non di nome), Olly dà del tu ad ogni
fisioterapista di Milano, le trasferte tendono imboscate, i bambini –come Lele,
con verso di capra indiavolata, in una drammatica notte ligure– possono
vomitare senza preavviso a pochi minuti dalla partita… pensare di affrontare il
torneo con la rosa attuale significa votarsi ad un estenuante batticuore ad
ogni vigilia. Diamoci da fare.
Decimo: siamo maschi, amiamo il calcio, siamo relativamente
giovani e sani e avremo la possibilità di giocare: sfruttiamola, godiamocela,
divertiamoci. Perché non si sa quanto durerà. Perché alcune cose fondamentali è
meglio tenerle sempre a mente.
Amen.
