Vi dico una cosa che ho visto. E alcune che ho sentito.
Siamo tantissimi al TC Libertas, per questa gara decisiva. Ad occhio direi cinquantamila e quasi tutti venuti per sostenere la FC Elitron nell’ultimo sforzo per raggiungere i playoff direttamente, senza spareggi. Dopo poco che ho preso posto sul mio seggiolino, secondo anello, i nostri eroi entrano in campo e parte l’applauso, di quelli caldi, che confortano. Non importa se loro sono quel che resta di un manipolo ben più nutrito, partito mesi fa e via via sfarinatosi nel tempo, causa infortuni, notti insonni e altri inciampi. Non importa se c’è addirittura una tardiva faccia nuova, mai vista prima e nemmeno ci interessa immaginare i discorsi del post-partita, in attesa che i camerieri finiscano di guardare la Juve e si decidano a fare il loro mestiere, discorsi intorno all’opportunità e alla rassegnazione dei tornei “over”. Discorsi de senectute. C’è voglia di vincere, quassù. E a giudicare dai primi minuti, anche là, sul campo: la partita comincia e subito i nostri si buttano avanti, come aspettavamo e speravamo. C’è voglia, si vede. Però c’è poco ordine. C’è spirito, ma scarsa disciplina e così chi dovrebbe andare a sostenere l’azione offensiva si trova i corridoi chiusi da chi dovrebbe garantire la sicurezza delle retrovie. Fatal Inertia si chiude bene, rischia poco e ad un certo punto si rende pericolosa. Fortunatamente il portiere sventa. Poi succede una cosa. C’è un’azione offensiva, forse una palla da fermo che arriva ad Ale, che se l’aggiusta e spara verso la porta. Il tiro è ribattuto dalla difesa, s’impenna, tocca il punto di massima altezza, finisce la spinta e ridiscende giù. È lì che plana lentamente, al rallentatore verso il terreno di gioco, quando il fulmine di un’idea pazzesca scende molto più veloce e si fa strada nella testa da calciatore di Ale. Chi lo vedesse da vicino, in quella frazione di secondo, riconoscerebbe una scintilla di lucida, ludica follia nel suo sguardo rapace.
Stacco.
Andiamo a qualche minuto più tardi: ancora aleggia un sentimento di quasi gratitudine verso il portiere, verrebbe quasi da volergli bene, ma lui si fa sorprendere da un tiro da distanze siderali, insieme a quell’altro che dovrebbe prevenirlo, chiudendo meglio lo specchio. Non importa, è solo un goal: si continua a cantare, a incitare la squadra. Ci crediamo, abbiamo un’immagine negli occhi e una speranza nel cuore che non vuol lasciare il posto al pessimismo e allo sconforto. Di sicuro con noi ci crede anche il mister, che è in serata di grazia e raddrizzata la disposizione tattica adesso trova gli spazi in cui gli piace scorrazzare palla al piede. Ma crederci non basta, bisogna fare le cose giuste e purtroppo queste sembrano riuscire meglio ai neri avversari, che la mettono di nuovo. Finisce il primo tempo e i nostri se ne stanno ai bordi del campo senza dirsi granché. Allora cantiamo più forte, dando immaginarie pacche sulle spalle dei nostri eroi. Forza, ce la possiamo ancora fare. Mettiamoci quel poco di testa che serve e quel cuore che resta. Si riprende a giocare e il mister concretizza con una doppietta il suo momento di ispirazione. Due goal con due piedi diversi, a gradienti crescenti di bellezza e precisione. La curva esplode: è un tripudio di bandiere e canti, ci si abbraccia e si salta: la rimonta è fatta, adesso tutti avanti, a farne un altro, a prendere i tre punti che servono. Tutti avanti, ma non così, accidenti, la difesa è scoperta, quanto campo per quella palla lanciata verso la porta per il predatore avversario. No! Sotto di nuovo. Nemmeno il tempo di respirare e mandar giù la delusione che c’è da spostare ancora un'altra biglia nel pallottoliere. Di nuovo sotto di due: in un attimo vanificata la rimonta e i nostri se ne stanno con le braccia penzoloni in mezzo al campo, come cinque Sisifo a strisce di fronte alla fatica sprecata. Qualcuno impreca, quassù, dice che non è possibile, il mio vicino vorrebbe alzarsi, ma lo ricaccio giù e gli dico aspetta, vedrai. Non so se crederci, però. Ma la voglia di non arrendersi solletica le gole, muove le braccia, fa battere le mani e le bandiere cui stanno aggrappate, fa alzare la testa sui gradoni e le gambe in campo, fa prendere la mira a Sebi, che vede lo spiraglio nella barriera e ci scaglia un missile imprendibile. Dai, ce la facciamo anche stavolta. Non manca molto alla fine quando dall’angolo arriva un servizio a pallonetto che il mister, con acrobazia fisico-concettuale, prima ignora, poi nota, poi valuta e quindi trasforma in pareggio, inventandosi un frullo volante di impossibile fattura. Per la seconda volta alla pari, tutto in equilibrio dopo una doppia discesa agli inferi. Per la seconda volta a cinque falli a favore, dopo che nel primo tempo si è sprecata l’opportunità. Il portiere di Fatal Inertia ha già sfoderato un nutrito repertorio di parate miracolose: c’è aria di impresa. La farfallina con il numero diciotto la fiuta e si rende di nuovo protagonista. E’ dentro l’area, si gira e si volta, rapidissimo e il suo stinco ne trova uno nero, frapposto lungo la strada che porta al tiro. Fischio. Rigore. Trenta secondi dalla fine. Un rigore non è per niente un’azione normale. Un rigore fa i conti con il tempo che resta, lo sospende nell’attesa e te ne dà per pensare. Il ronzio dei pensieri è infatti imponente, nel silenzio improvviso, di fronte ad un’occasione senza via di ritorno. E allora chiudo gli occhi ed ascolto quella speranza diffusa. Non c’è bisogno di guardare per vedere ciò che sta succedendo. Ad occhi chiusi si sente ora un silenzio perfetto, venato in lontananza dal rumore dalle auto che sfrecciano verso l’autostrada, con le mani dei guidatori strette al volante e la loro stanchezza per la giornata di lavoro e le speranze per l’indomani, e dal rombo degli aerei in atterraggio con le luci lampeggianti e un uomo al finestrino che guarda giù, le strade deserte, le case irreali a vederle così e le luci arancioni del lembo di città dove siamo anche a noi, dove un anziano giocatore mette la palla sul dischetto e io stringo gli occhi e mi ostino a non guardare. Parte un fischio e forse il rumore felpato di pochi passi di corsa che si avvicinano al pallone.
Stacco.
Torniamo a prima, ad Ale che guarda quella palla che scende verso di lui, verso le sue spalle voltate improvvisamente alla porta in un movimento di torsione che continua e diventa l’acrobazia perfetta di ogni calciatore. Quando ci ripensi dopo, certe cose sembrano successe al rallentatore e ti pare di vedere un minuscolo sbuffo di polvere sollevarsi dalla moquette verde nell’istante in cui il piede di appoggio di Ale si stacca dal suolo e l’altro vola verso il cielo ed il pallone e di vedere questo deformarsi quando riceve il colpo a testa in giù e ripigliare la sua forma mentre va via ad un soffio dall’incrocio. Per un istante Ale è l’omino sulle bustine delle figurine Panini col prezzo in lire. Poi atterra e la vita riprende il suo ritmo, mentre lui si alza e dice “non l’ho presa bene”. E in questa sua frase c’è un po’ dell’esperienza di questa sera: un bellissimo gesto, una doppia rimonta, un mezzo capolavoro a cui manca un pezzettino per esser perfetto, ma serba intatto il valore del coraggio e della volontà.
Mentre usciamo e ce ne torniamo con le bandiere in mano verso casa c’è un pizzico di serena delusione per un obiettivo che all’improvviso guizza via come una trota, un po’ di nostalgia per un traguardo che abbiamo accarezzato, ma anche il retrogusto di una gioia per una squadra che non vuole mollare, che ci ha provato fino in fondo, riuscendo dove sembrava impossibile, con carattere, muscoli, nervi, fiato fin che ce n’è, passione e il cuore collettivo in rovesciata.