Quando si vince l’antologia da spogliatoio delle cose giuste è una gradevole lista di eventi che si accumulano nei ricordi del dopo partita e vanno a formare, tutte insieme, la positiva sensazione di aver giocato bene per diversi motivi. Non importa se sia stato più determinante quel contropiede là, o la fucilata da fuori area o ancora l’assist o il colpo di testa magistrale: tutto fa brodo, tutto si amalgama come in un piatto riuscito e concorre felicemente al buon risultato. Quando si perde, invece, piacerebbe trovare “la” ragione, ridurre ad una sola grande causa l’insuccesso e così la sommatoria delle opinioni personali, che sono allegramente tutte diverse, non aiuta a chiarire i motivi della sconfitta. Così questa volta: saranno stati gli errori sui calci piazzati (un rigore –da ripetere, fra l’altro, per l’evidente infrazione dell’ottimo portiere avversario– e due tiri liberi sono occasioni che non si presentano tutte le volte), sarà stata la poca lucidità offensiva, qualche colpo di sfortuna (nessuno dei goal subiti è arrivato da azione, tutti da palle inattive), sarà stato lo svarione difensivo che ci ha tagliato le gambe o le parate decisive dell’estremo avversario… chissà? Non è chiaro. Non più di quando si cerchi di capire perché si è vinto, probabilmente, ma almeno in quel caso c’è un argomento decisivo che risolve la situazione: tre punti in classifica in più. E chissenefrega perché.
Comunque, un paio di certezze lo scontro con i Barzot ce le ha date, anzi tre.
La prima è che l’anno scorso non avremmo giocato questa partita in questo modo.
L’anno scorso avremmo subito di più, impensierito di meno. Abbiamo sfidato la seconda migliore squadra del precedente torneo e abbiamo perso a testa alta, senza soccombere. La qualità tecnica, con l’innesto del più giovane del giro e di un anzianotto di talento (posso dirlo, siamo coetanei) è sicuramente cresciuta in modo apprezzabile. È cambiato il modo di stare in campo e di giocare. Restano ampi margini di miglioramento, certo, dobbiamo imparare a sfruttare di più le nuove possibilità, capitalizzare meglio l’abilità di Seba a tenere alta la palla e difenderla facendo salire le ali, ma gli equilibri e i movimenti sono già diversi e più efficaci.
La seconda certezza è che l’anno scorso non avremmo giocato questa partita in questo modo.
L’anno scorso forse ci avremmo messo più testa, più concentrazione. Questa volta siamo stati un po’ abulici e svagati, poco concentrati in alcune fasi, caotici e in affanno in altre. Umiltà, concentrazione, dedizione: cose che non devono mancare mai se vogliamo permetterci il lusso di sognare certi traguardi (quali? Non abbiamo ancora un sogno ufficiale).
Il terzo punto fermo è che con la sfiga non si può scherzare: è priva del senso dell’umorismo. Dopo una stagione praticamente bruciata dall’infortunio al ginocchio, Carlo si è ripresentato quest’anno con grande voglia di esserci. Un gomito fuori posto e un impatto frontale senza freni si sono messi di traverso un’altra volta, speriamo per brevissimo tempo. Viene da chiedersi se ristampare quel 17 sulla maglia nuova sia stata una idea felice.
La quarta sicurezza ce la regala il calendario: stasera siamo di nuovo in campo. L’infermeria trabocca, le agende di alcuni anche, ma la rosa è ampia e ricca di qualità, quindi possiamo –e dobbiamo– fare bene. Lunedì il Dattero è aperto. Vediamo di arrivarci con tre punti a cui brindare.
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