Torno a casa e trovo il piumino sul letto, tra venti giorni guadagniamo un’ora di sonno e tante di buio al pomeriggio. Ma non c’è da pensarci ora, quando negli occhi c’è ancora lo spettacolo della Elitron di stasera. Gli avversari hanno esperienza, fisico e l’accento vagamente bergamasco mentre parlano di Padre Pio, protettore del nostro improvvisato portiere di giornata (o ritrovato, dopo una giovinezza dissoluta passata lontano dai pali?), ma noi abbiamo Seba e Ale che sono due belle novità che si aggiungono ai ragazzi dell’anno scorso e alla fine abbiamo ragione noi. Così, mentre il vento sbatacchia sulla volta del campo Seba aggancia il suo primo pallone e si capisce subito che musica andremo a suonare. Prendigliela se sei capace. Chissà se la ragassa ha un brivido di freddo, che il golfino non basta quando si apre la porta, proprio mentre Ale scodella dalla difesa un diagonale telecomandato, una palla che nel destino aveva scritto l’incontro con i piedi di Zacca, addomesticatore leggiadro che rientra sul sinistro e ne tira fuori una delle sue: al riparo i bambini! Uno a zero. Canosa dalle mille risorse gastronomiche, sii clemente questo Natale che questo Zacca ci serve così. Dario è una roccia. Gioco maschio ha chiesto il Mister prima di imbarcarci. La specialità del Re Leone, che martella, sradica, respinge e ops, era una caviglia, “quinto fallo, capitàno”. Lasciamolo perdere l’arbitro che chiama “vantaggio” il caracollare in una selva di gambe avversarie. Nel time out un piccolo consiglio a Palu, già di suo tornato portiere con un guizzo su un diagonale nell’angolo di destra: quando si rialza non è più lui, ha vent’anni di meno e l’ombra di un ciuffo immaginario, forse una bici sgangherata legata al cancello del campo e una tipa in mente. I portieri giocano più a lungo perché a volte la testa conta più delle gambe se non devi correre. Ci sarà un tiro libero, dai, si capisce. E allora stai avanti, fagli capire che la porta è piccola, maledettamente piccola, apri le braccia, muoviti. Grande Palu, per questo e cento altri interventi. Se servirà ti schiaccerò una mano nella portiera della macchina per riprendermi il posto, tanto sui piedi ti è già passata la Prius in un’allegra sera dell’anno scorso quando Giangio frullava impanicato il moncherino del cambio, ma ora non si può non volerti bene. Fare il mister della Elitron è facile solo per quaranta minuti a settimana, quando non devi scegliere nel bendidio di quest’anno. Scegliere significa scartare, sempre, fare a meno. Il Mister si ricorda anche di essersi autoproclamato Farfalla. C’è spazio, i meccanismi sono quelli giusti e si vede che è a suo agio mentre svolazza sulle Asics in cerca di spazio, di fantasia. Corre, passa, dirige. Solo un po’ più arduo il compito quando deve imbrigliare Sebastiano Bakunin, ma è una frustrazione col sorriso. Uomo ovunque, uomo partita, il nostro esordiente di lusso sfodera due sassate che regalano qualche rimpianto notturno ad un altrimenti perfetto portiere avversario e tre punti alla squadra. Santo subito, al primo match. Carlo ha un segreto. Se lo porta appresso da ieri notte. Lo ha custodito a casa, non l’ha portato in ufficio, anzi è proprio stato a casa per non sbagliare. Uno di quei segreti che ti tormentano lo stomaco. Non è facile entrare in corsa quando la squadra sta girando alla perfezione, trovare il passo nella marcia, il movimento nella coreografia. Ma lui ci riesce benissimo. Suo l’ultimo numero da circo, secondi prima del fischio finale. Se non fosse che lunedì i locali sono quasi tutti chiusi saremmo tentati di pensare che sia una serata perfetta.
Maledetto autunno, cominci bene.
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