Ti piace l’odore dell’erba calpestata in un pomeriggio d’estate. Guardi cosa diventa la polvere sulle tue braccia sudate e qualche volta scivoli sulla terra bagnata e ti rialzi che il sangue sulle ginocchia si impasta col fango. Sei un giovane maschio italiano. Corri per ore a perdifiato fino al momento di tornare a casa. I bambini pensano solo a giocare. Poi crescono, diventano uomini e si dimenticano, distratti da cose meno importanti, tipo il lavoro, i soldi, la vita di tutti i giorni, con i suoi guai e le sue gioie, i figli, la spesa, le vacanze da organizzare, la macchina da portare dal meccanico.
Oggi non sei ancora abbastanza vecchio per mollare. Sei abbastanza sano da riuscire a correre. E ami il calcio. Se spunta un pallone, sei di nuovo un bambino. Anche se la vita è piena di cose da fare, nei pomeriggi si fanno le riunioni inutili con gente distratta o le code sulla tangenziale e non si passa il tempo in cortile, tra due porte disegnate col gesso su un muro, fatte con i vestiti ammucchiati per terra o immaginate tra due alberi. Se un pallone cade a terra, è musica: giri la testa e perdi il filo del discorso. Sarà sempre così.
Við spilum endalaust.
Gli italiani hanno diversi modi per essere felici. Sei modi, dice Enrico Finzi, mettendo insieme i pezzi di migliaia di interviste fatte nel corso della sua carriera di sociologo. C’è chi si accontenta di non avere guai e pensa che in fondo la felicità non dura, chi crede che sia solo una questione di fortuna, c’è chi pensa che la felicità arrivi in momenti sporadici e sublimi, che sia uno stato di grazia, chi è felice quando si diverte e chi è felice quando ha fatto un lungo cammino e finalmente è arrivato, o chi più semplicemente nella rassicurante routine di tutti i giorni trova un motivo di felicità. Poi c’è chi è felice quando sente che sta costruendo qualcosa, che sta realizzando un progetto. Anche un piccolo progetto può andare. Anche cercare di arrivare più in alto possibile con la tua squadra. Pensare cosa migliorare da una volta all’altra, contare i giorni che ti separano dalla prossima per vedere se va meglio, per vedere se vinci, per vedere se hai fatto un passo avanti nel progetto.Giorno dopo giorno, partita dopo partita, mese dopo mese, mentre le giornate si accorciano e le sere diventano gelate e vedi il fiato che condensa quando respiri e poi di nuovo viene primavera e anche a Milano sembra possibile vivere. Con una meta da raggiungere.
Við spilum endalaust.
Senti questa musica e guarda questa scena: sono i nostri che entrano in campo, quelli dell’anno scorso e facce nuove, facce di gente che ha voglia di giocare, che ha fatto chilometri dietro ad un pallone e vorrebbe non smettere mai.
Davanti a tutti c’è il Mister, con le idee chiare e un pochino di affanno nei timeout, Dario, che non scherza mai durante la partita e, se c’è da menare, mena lui. C’è Olly, piedi fatati, raffreddore facile e crestina, sopra la testa dove ronza una bambina nuovanuova; Palu con gli occhi verdi, l’anticipo secco e il tiro sbilenco. Zacca suona il clacson ed entra col pallone sotto il braccio, lo segue un portiere anzianotto e vagamente zoppo, dal rilancio rettangolare, e poi il silenzioso Ibe, che per una volta segue i vecchiacci nelle loro serate e Giangio, bravissimo sul campo, da tenere d’occhio quando fa la retromarcia. E dietro arrivano gli altri, nuovi o seminuovi, con un personaggio ancora da inventare, ma c’è tempo e basta un goal, o un errore o una caratteristica particolare e il gioco è fatto.
La luce è accecante, la voglia di giocare fa ronzare le orecchie, come se non ci fosse la copertura del campo, ma una folla di persone con la nostra bandiera. C’è un fischio acuto: si comincia.
Við spilum endalaust.
E’ la canzone.
Vuol dire “noi giocheremo per sempre”.
Finché le gambe e il cuore reggono, finché ce n’è altri quattro e c’è un pallone.
Il calcio, la gioia, il divertimento, la fatica, la felicità, una squadra.
Sei un maschio relativamente giovane, sufficientemente sano e ami giocare a calcio.
Da qui a giugno ci saranno sere in cui potrai farlo.
Goditele.
Buon campionato, Elitron.
4 commenti:
bravo gio come al solito trovi sempre le parole giuste (a parte il titolo della canzone che prob tela sei inventata)per solleticare e stimolare gli animi,il mio d sicuro
mamma mia Giò che brivido!!!!
grazie...
da pelle d'oca.....altrochè
Grazie per le emozioni, Giovanni 23. Fra poco il fischio di inzio non mi vedra' in campo ma sono con voi. Forza Elitron!
p.s: Gio', che Papa saresti stato! Pensaci, magari sei ancora in tempo! Mi raccomando, pero', con l'elicottero bianco devi sempre raggiungerci tutte le settimane in Corvetto!
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