lunedì 8 ottobre 2012

duemiladodici-duemilatredici


Ventiquattro ore a quel fischio che ci manca da nove mesi. Un pargolo assente concepito in mezzo alle botte e agli strascichi e un addio che poi è stato arrivederci. Proviamo, allora, a rivederci, in mezzo ad amici di pallone sotto i palloni del Libertas. Proviamo a respirare un’aria che ci era parsa ammorbata e capiamo la differenza tra un torneo ben fatto e le radici che abbiamo piantato su una moquette nel frattempo rinnovata. Gli spogliatoi continuano a fare abbastanza schifo, ma al cuore non si comanda e il cuore dice Porto di mare. Stare via, toccare il fondo, giochicchiando partite che fanno lo slalom tra i rinvii, uscire con la borsa e tornare a casa senza nemmeno aver bevuto una birra e quando si gioca non trovarsi più. Mancavano i goal, mancava il gioco, mancava il senso della squadra. Dubbi di tarda estate, prove, nuovi contatti. Sconfitte enormi, brucianti, ma niente cicatrici. Più voglia di capire e di capirsi, di scavare e ritrovarsi. Dov’è il limite? Cosa ci tiene uniti? Dove possiamo arrivare? Sono un paio di amichevoli, le ultime, che ci danno la carica finale. Pur tra errori e un solo punto in due partite, vediamo una piccola luce laggiù. Per capire di cosa si tratta occorre camminare, correre, giocare. Ci son cose peggiori nella vita. Forza Elitron, si riparte. Non c’è bisogno di dire cosa è cambiato e cosa vogliamo che cambi. Quali garretti raddrizzare, quali motivazioni trovare. Che spirito ci serve, quali polmoni, che testa. Siamo grandi abbastanza ormai. C’è un’aria nuova, ripulita. Cominciamo.

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