Ventiquattro ore a quel fischio che ci manca da nove mesi.
Un pargolo assente concepito in mezzo alle botte e agli strascichi e un addio
che poi è stato arrivederci. Proviamo, allora, a rivederci, in mezzo ad amici
di pallone sotto i palloni del Libertas. Proviamo a respirare un’aria che ci
era parsa ammorbata e capiamo la differenza tra un torneo ben fatto e le radici
che abbiamo piantato su una moquette nel frattempo rinnovata. Gli spogliatoi
continuano a fare abbastanza schifo, ma al cuore non si comanda e il cuore dice
Porto di mare. Stare via, toccare il fondo, giochicchiando partite che fanno lo
slalom tra i rinvii, uscire con la borsa e tornare a casa senza nemmeno aver
bevuto una birra e quando si gioca non trovarsi più. Mancavano i goal, mancava
il gioco, mancava il senso della squadra. Dubbi di tarda estate, prove, nuovi
contatti. Sconfitte enormi, brucianti, ma niente cicatrici. Più voglia di
capire e di capirsi, di scavare e ritrovarsi. Dov’è il limite? Cosa ci tiene
uniti? Dove possiamo arrivare? Sono un paio di amichevoli, le ultime, che ci
danno la carica finale. Pur tra errori e un solo punto in due partite, vediamo
una piccola luce laggiù. Per capire di cosa si tratta occorre camminare,
correre, giocare. Ci son cose peggiori nella vita. Forza Elitron, si riparte.
Non c’è bisogno di dire cosa è cambiato e cosa vogliamo che cambi. Quali garretti raddrizzare, quali motivazioni trovare. Che
spirito ci serve, quali polmoni, che testa. Siamo grandi abbastanza ormai. C’è un’aria nuova, ripulita. Cominciamo.
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