mercoledì 6 febbraio 2013
FCE-Real Concordia 4-7
Tra le alghe e la melma dove d’inverno si acquatta la tinca, dove più sotto non si può scendere e la luce fatica ad arrivare, filtrata tra la fanghiglia smossa e torbida, al freddo e allo sconforto: sul fondo. E’ lì che stiamo, con le nostre birre in mano e gli sguardi a ghermire le pettinature attorcigliate di ventenni fumatrici e il nostro risultato che ci pesa addosso, insieme alle sue cause: alla poca determinazione, alla colpevole sufficienza e alla confusione individuale e del coro. Sul fondo della classifica e del gioco. Onore al merito degli avversari, affamati e urlanti; vincenti. Comincia così, come il peggiore dei sogni da cui vuoi svegliarti, il nostro girone in purgatorio. C’è voglia di redenzione, ma il primo è un passo falso, una buca che è una voragine e si inghiotte quello che sapremmo fare ma non c’è verso di mettere in atto. Soffriamo da subito, rischiamo e andiamo sotto. E quando, riagguantato a fatica il pari, dovremmo far girare il transatlantico della partita, ci incagliamo nella prima secca e regaliamo errori e vaghezza. Bravi gli altri ad approfittarne, colpevoli noi di ogni colpa possibile. La ripresa del gioco è una granita nella schiena, con due fantasmagorici goal al passivo nello spazio di un giro di lancette. Ci proviamo a tornare a galla solo nel finale, quando il tempo è troppo poco e torna un po’ dell’agonismo che sarebbe servito molto prima. Non basta, siamo sul fondo, silurati ripetutamente e tramortiti. Vogliamo fare bene, dobbiamo farlo, ma gli altri galleggiano al sole già metri sopra di noi. Dal fondo si risale.
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