Dopo innumerevoli partite e altrettante docce padroneggi la tecnica per tenere aperto il rubinetto a tempo e stare sotto il getto senza che si interrompa. Ti lasci scorrere addosso l’acqua calda. E’ lì che il capitano di giornata decide a chi passare la fascia. Chiacchieri del più e del meno, prima di tornare nello spogliatoio e fare i conti con i tre punti appena conquistati, analizzare il gioco nostro e degli altri, sognare magari. Bello vincere. Esci dallo spogliatoio avendo compiuto la missione e torni alla reception coi compagni, nella parte di quelli che si sono dimostrati più forti. Mangi più sereno, brindi più convinto (“brinderemo lietamente sulle nostre rovine” canta Carmen Consoli ripresa dal blog dell’A.C. Trezza, ma “celebrare la vittoria” è più semplice, non c’è dubbio). Vai a dormire più contento e la mattina dopo ti alzi quasi volentieri.
“Immaginatevi sconfitti”. Lo dice ogni tanto il mister per aiutarci a trovare la motivazione: immagina di indossare finalmente la maglia nuova, immagina di perderci dentro, contro una squadra che ha raccolto fin lì un quarto dei tuoi punti, immagina di rischiare di farti bruciare sul filo di lana nella corsa per il primo posto. Immagina come ti sentirai tornando nello spogliatoio. Che differenza con la doccia dei vincitori. Uscire e volersela rigiocare subito: la fame che senti non può placarla la pizza, ma la prossima partita, fra… quanti giorni? Un’attesa che sembra interminabile. Brutto. Brutto perdere. Ma succede: può succedere sempre, lo diceva il re leone. Nessuna partita è già giocata. Succede quando hai più esperienza, forse più tecnica, ma i tuoi avversari ci mettono più voglia, più testa, più cuore: il loro urlo selvaggio sul 5-1 è uno schiaffo alla nostra indolenza, alla concentrazione che è rimasta chissà dove, ai fantasmi di noi stessi che sono scesi in campo.
Prima della partita, la ragassa legge un libro. In esso, il protagonista ad un certo punto della vicenda si rammarica nel pensare come sarebbe potuto essere se solo avesse avuto più coraggio, alle occasioni che non avrebbe perduto. Un presagio per noi. Cosa potremmo essere oggi, se avessimo fatto ciò che sapevamo fare, se fossimo stati umili come in altre occasioni? Lo vedi anche a riguardarci: una partita sbagliata, con lo spirito sbagliato. Palu fa il secondo goal quando l’acqua è ormai alla gola e il suo gesto con il braccio somiglia più ad un vaffanculo che alla gioia e riassume l’animo di tutti. Bastava poco perché andasse diversamente. E invece.
Perdiamo. Sgomento, frustrazione, rabbia. Ci voltiamo per guardare indietro, vedere dove sono gli inseguitori e ci sentiamo come Varzi alla Mille Miglia del ’30, quando fu inseguito da Nuvolari a fari spenti. Sono lì, accanto a noi, allo sprint. Ci tiene a galla nella classifica provvisoria un goal di Giangio, a un millimetro dalla fine dell’incontro, un colpo di ragioneria in una battaglia di muscoli che dura da più di tre mesi. È l’orgoglio che ci vuole fare arrivare primi. Non cambia molto per il futuro del campionato, ma tutti lo vogliamo, anche chi dice che “non importa” nel sondaggio qui di fianco, anche chi è convinto, e tutti lo siamo, che come dice il presidente “è come siamo che conta più di tutto”; non importa poiché questa squadra ha saputo agglomerare cose che vanno oltre il numero di palloni buttati dentro o i punti fatti. La canzone di Carmen Consoli si chiude con un verso, che come altri pezzi di letteratura e musica, parlano, per caso, un po’ anche di certe cose della vita di tutti. “Sconfitti e vincenti” si ripete alla fine del testo. Come noi, appunto. Sconfitti in una partita, ma vincenti perché siamo una squadra vera, dentro, attorno, fuori e lontano dal campo: nei calci che tiriamo alla palla, nelle parole che scriviamo qui, nelle cose che proviamo, la felicità, la paura, la fatica, la rabbia ed il sollievo, nella voglia e nell’ardore che mettiamo nel progetto che stiamo costruendo un po’ alla volta. Stare insieme per fare qualcosa. Molto umano. Molto bello. Vincere è un sigillo su queste cose.
Vedremo chi avrà il coraggio, domani, di non metterci tutta la testa, tutto il cuore.
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