venerdì 9 aprile 2010
Elitron-Huracan 3-4
Nel pomeriggio uragani improvvisi e fuggevoli preannunciano la partita. Il sole illude, ma poi si alza il vento che fa sbattere le finestre e porta nuvole gonfie di acqua. Chi ha saputo cogliere la metafora che il tempo ci offriva non si è illuso sul 3-0 per noi, maturato in un primo tempo pressoché perfetto. Raggi di sole ovunque: tra i piedi, nel cuore, nella testa, a dettare passaggi, animo, idee, visione, goal. Luce sui movimenti del gruppo, nell’ispirazione degli attaccanti, luce dalle fucilate secche che la palla dà quando sbatte sulla rete dietro la porta, nel sacco. L’uragano in pugno, dominato e vinto. E’ solo una nuvola passeggera forse l’autorete sghemba, lo sberleffo della malasorte che porta la biglia ad impigliarsi in una gamba che da dove stava non poteva muoversi. Questione di equilibrio bipede. Questione di millimetri. Ma nell’intervallo il mister scruta il cielo, gli ricorda qualcosa questo tre-a-uno: gli ricorda la partita di andata, interrotasi a metà proprio su questo punteggio e ci mette sull’avviso. Non mollare, anche se abbiamo dominato, non è finita, nulla è guadagnato. Anche se fin lì abbiamo giocato probabilmente i migliori venti minuti della stagione. C’è stato un plebiscito di guerra nello spogliatoio 8, prima della gara. Tutti d’accordo: coltello tra i denti, assalto a testa bassa, all’arma bianca, colpire a fondo prima di essere aggrediti. Chi ha più esperienza di noi e ogni tanto passa dalle nostre parti continua a dirci che quest’anno l’Huracan spazzerà via tutto e si prenderà il titolo. Felici di giocarci contro di nuovo allora: ogni volta un poco meglio. Felici di dovere spendere tutto ciò che abbiamo per fronteggiarli. Che bel sole splende per venti minuti. Si riparte e si capisce che ora comincia la salita, che le nubi si addensano. Con calma e la solita pletorica ragnatela di passaggi, finte, attorcigliamenti e ghirigori gli Huracani riconquistano il pari. Manca davvero poco alla fine e un punto per uno non è sbagliato e non è sgradito. Il finale è un’immagine, di quelle che ti restano incollate alla retina per tanto tempo e riassumono molto più di ciò che dicono a prima vista. Il finale sono due facce che guardano un pallone sfuggito al destino, atterrato nella nostra rete. C’è incredulità e sorpresa più che rabbia o dispiacere sulle due facce da finale. C’è la stessa espressione che aveva un pugno di bambini, tanti anni fa, con le maglie bianche e rosse. Bambini abituati a giocare in un grande prato sotto una casa ai bordi della città. Un prato grande, con due porte, dove una volta all’anno i genitori tracciavano linee con il gesso. Due fratelli maggiori facevano gli allenatori, un signore con i baffi la parte dell’arbitro. Scala A contro scala B. E poi tutti insieme si mangiava la carne alla griglia. Tutto pronto, un anno: le costine sui vassoi coperti con l’alluminio, le reti delle porte fatte con teli verdi da ponteggio, le linee disegnate, il fischietto al collo, i bambini con le maglie addosso, la pioggia, improvvisa e inattesa. La pioggia, maledizione. Non si può giocare. Ma come? C’era il sole… I due della barriera hanno quella faccia lì: una faccia da pioggia improvvisa e gelata. L’Huracan esplode in campo e ai bordi. Da dove arriva quest’acqua? Da dove arriva la palla? Dov’è passata? Non si sa, ma si sa, si vede, dov’è finita e com’è finita. Tanti anni fa poi la pioggia ha smesso, i grandi hanno preso delle scope e disperso le pozzanghere nelle zone sterrate davanti alle porte, dove l’erba era consumata da tanti pomeriggi di gioco, abbiamo corso inzuppandoci le scarpe, sbanfando nell’aria umida, mentre il sole si scavava di nuovo il suo posto dove l’aspettavamo, abbiamo acceso il fuoco, mangiato, ci siamo divertiti. Adesso nel campo hanno tirato su una nuova casa, ci sono alberi diversi da quelli su cui ci arrampicavamo da bambini e altri bambini fanno giochi diversi nel parco che hanno costruito. Adesso abbiamo imparato a giocare anche se piove, sudare si può e se salto arrivo a toccare la traversa, ma la faccia di quando prendi un goal o quando piove, che è poi la stessa cosa, è sempre quella.
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