Quassù c’è silenzio. Si sente solo il sibilo leggero dei venti cosmici che da sempre mi portano di qua e di là per il cielo nero, pieno di miliardi di stelle. Da quassù la terra è una palla blu, striata dalle nuvole sfilacciate. C’è silenzio. Un grande silenzio, come in una macchina in cui quattro persone stanno contemplando i cocci del loro sogno andato in frantumi, chiedendosi se c’è il modo, se c’è la colla, per rimetterlo insieme. Sono anni che volo, non so neanche io quanti, ma ora scendo piano, in movimenti ampi e imprevedibili, portato dall’aria della sera, girando intorno verso un punto che ancora non so, verso un approdo che ancora non conosco, ma è là ad aspettarmi. Vedo le luci che si accendono sotto di me, non dev’essere il mare, ma un pezzo di terra da qualche parte. Alcune luci son ferme, altre sfrecciano via vicine, in direzioni opposte. Qualche luce è una casa, dove c’è gente che ha messo a letto i bambini e ora guarda la TV o legge il giornale. E ancora quel silenzio, appena increspato dal rumore bianco degli elettrodomestici e da una canzone lontana trasmessa alla radio, nella stanza di un ragazzino. Io plano, verso una strana cosa, un punto bianco oblungo, sperso ai bordi di un lago di luce che sembra proprio una città. Ascolto la brezza che mi bisbiglia all’orecchio e mi accorgo che sono vicino a terra adesso e vedo qualcuno che cammina per strada, alla svelta e dopo un’altra curva, sono proprio sopra quel coso bianco, che da qui è un po’ sporco di polvere e pioggia. E il silenzio, d’improvviso, è rotto da un urlo. Un urlo selvaggio, guerriero, che viene dal petto di maschi da guerra, dalle viscere di predatori vincenti: un urlo liberatorio che saluta la fine della paura. E’ un sussulto nel cuore e nel vento, che mi riporta su, per un nuovo ampio giro e sfioro la bolla bianca scendendo più tardi e vedo uscire altri uomini, vestiti di nero e le loro facce non mi piacciono. Son facce da sconfitti, facce sofferenti. Neanche il tempo di chiedersi perché e mi accorgo che un’erba giovane e fresca mi sta accarezzando la pancia. Neanche il tempo di vederli sparire piegati dalla delusione e mi fermo su un prato umido, vicino a una casetta con una piccola luce rettangolare. Sono loro, lo so, le voci che vengono da quella finestrella. Parlano poco, parlano di una gamba che fa male e non sono d’accordo su chi tra loro e quegli altri abbia lottato meglio. Parlano di una battaglia persa, ma nel fondo delle loro parole, lo so -certe cose un aquilone cosmico le sente-, c’è la voglia di provare prima possibile a rialzarsi e usare le zanne. Spero ce la facciano questi ragazzi, mi sono simpatici, anche se li ho visti per un attimo solo. Anche se sento che senza conoscermi, questa notte, non mi amano.
(
Non c’è un senso, non vi preoccupate e non vi sforzate. Solo che ancora non mi andava di parlare di calcio nudo e crudo. Una sola, piccola doverosa eccezione va fatta per dire che ci hanno dato una mano a sperare Lele, prima di stramazzare stiracchiato, con un calcio d’angolo di geniale rapina e Olly, con un pezzo fuori catalogo, su punizione, illudendoci che il loro portiere fosse brocco almeno quanto… vabbè, lasciamo stare).
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