lunedì 22 febbraio 2010

Elitron-Arriba Perù 3-6

Ci sono questi cinque all’aeroporto di Lima, con la valigia in mano e le idee confuse su come sarà questa Milano, lontana dal mare, dall’altra parte del mare. Quello con il nome del fondatore ha i piedi buoni, è un po’ più alto degli altri e guarda la signorina al gate della LAN Airlines un po’ più a lungo del dovuto, finché lei torna ad interessarsi di chissà quali carte che ha davanti e le sfugge un mezzo sorriso. Dormono, durante il volo, mangiano tutto quello che le hostess offrono e chiedono un paio di birre extra. Fuori nuvole, mare, il niente della notte d’alta quota punteggiato dalle luci intermittenti sulle ali. Un vuoto d’aria che si mescola con un vago senso di nostalgia. Altitudine undicimila piedi, temperatura esterna -53°. Il portiere ha il posto accanto al finestrino e guarda sotto, pensa com’è lontana casa sua in quel momento, così indietro, così in basso. Chissà perché gli torna in mente il poster in camera sua, il pallone di suo nonno, sdrucito e sgonfio sotto il letto e sopra il letto i guanti… cazzo, i guanti! Li ha lasciati a casa, maledizione. Si volta per dirlo al compagno, ma la frase gli si inceppa a metà perché quello ronfa tranquillo con le cuffie dell’iPod nelle orecchie. Speriamo che questi Elitron non siano troppo forti. Due ore ancora e poi Milano. Dicono che nelle sere più calde ci si trovi tutti in un parco non lontano dallo stadio per giocare, bere e far casino, ascoltando la musica dall’autoradio a stecca, con le macchine buttate sui marciapiedi, dove al mattino c’è un tappeto di bottiglie e i ragazzini con le maglie azzurre che vanno a giocare al campo dell’oratorio lì di fronte fanno lo slalom tra i resti della festa. Questa sera di Milano invece è fredda, le maglie dorate fanno poco, ma presto si comincia. Gli Elitron se ne stanno chiusi dietro, aspettano e si difendono bene. I ragazzi del Perù fanno il gioco del Perù: corrono, fintano, cambiano direzione, urlano ad ogni passaggio e se proprio non sanno cosa dire strillano pelota pelota, tanto per ricordarsi perché sono lì. C’è un calcio d’angolo e una strana prateria davanti alla porta, ad un tratto. Uno ci prova: fin troppo facile; piattone e vantaggio. Dall’altra parte sono tutti vestiti di nero, non perdono la calma e riprovano a macinare gioco come prima. Niente di speciale per un po’, passaggio, urlo, finta, urlo, torna indietro, ricomincia, urla e poi tocca agli altri. Poi un buco in difesa, su un lancio verticale, un liscio e il dieci nero che si avvita sulla palla e la ficca nell’angolino. Peccato, uno a uno. Non dura molto, c’è una punizione, tirata forte ma non imprendibile. Passa in mezzo ad un po’ di gambe, anche quelle del portiere, che ha i guanti, ma stavolta servivano i riflessi più pronti. Finisce il primo tempo. Si riparte e i neri della Elitron si rifanno sotto. Questa volta a dare dispiaceri è un piccoletto che sfarfalla per il campo e sembra il capo perché parla e sposta le pedine sul campo. Qualcuno tra i Perù ha un presentimento quando vede di nuovo troppo spazio davanti a sé su una punizione. Infatti ha il tempo per un assist a fil di palo e per godersi il tap-in del compagno. Il sonno in volo gli ha fatto bene. Ma di là non mollano ancora. Il dieci fa fatica, ha la faccia di uno che di dormire avrebbe un gran bisogno, forse ha dei figli. Ma quello lì più grosso sulla sinistra chi lo prende? Nessuno. Botta e goal, di nuovo pari. Palla al centro, si riparte per l’ennesima volta. E subito arriva quel secondo sospeso, arriva l’attimo dell’equilibrio. E’ un contrasto poco dopo la metà campo, uno di quelli dove i duellanti sono sbilanciati, con la palla in mezzo e basta un niente a portarla via, ma basta un vento per lasciarsela soffiare. E’ un attimo lunghissimo, si sentono i meccanismi degli orologi battere, il fiato resta sospeso, gli occhi spalancati. Il portiere fa mezzo passo avanti verso l’azione, la palla fa il suo giro, dice il suo verdetto e si srotola verso il piede del Perù, che avanza, proprio mentre la vita riprende la sua velocità normale. Botta in diagonale e goal. E’ lì che i Perù sanno di avere vinto. Era una sfida sul crinale e ora la partita sta rotolando sulla loro discesa. E’ fatta. I due goal dopo sono una formalità, sono il timbro su un evento già finito. Che bello, tanta strada, ma tanta soddisfazione. Negli ultimi minuti si comincia già a pensare al dopo. Ancora un giorno intero prima di tornare. C’è tempo per fare un salto a quel parco, magari c’è qualche chica con cui riprovare lo sguardo. Qualche amico lì per lì con cui scolarsi una birra e raccontare l’impresa, raccontare il calcio, romanzandolo un po’, immaginandosi le vite degli altri e qualche fantastico particolare, prima che torni la nostalgia del mare e del pallone sotto il letto.

1 commento:

Il Presidente ha detto...

Provarsi i panni degli altri è uno dei piaceri, e sarebbe bello se fosse pure uno dei doveri, della vita... Grazie Giovà, mi era rimasta proprio la voglia di sapere di quei cinque all'aeroporto.