A quarant’anni, da ieri, siamo una squadra nuova. Fiorita in
quaranta minuti, all’improvviso.
E' una sensazione, è una certezza.
Le ragazze che hanno diviso una birra in due sono arrivate
tardi nel locale a gestione e servizio bipolare e avranno arricciato un naso
interiore nel sentire certe virili considerazioni, sicuramente ci hanno
regalato uno sguardo di commiato, per verificare chi fossero i quarantenni che
discutevano così alcolicamente entusiasti di un’impresa che loro non avevano
visto.
Attorno al tavolo, a colpi di medie, cercavamo di far star
buono l’entusiasmo, di placare quel sentimento che conosce bene chi ha provato
l’emozione di certe vittorie, dove non sono i punti, i goal, lo spettacolo a
contare, ma è la sensazione di avere giocato in un certo modo.
I goal, le azioni ci sono state, anche spettacolari, i punti
li mettiamo in cascina, ma non è quello che conta veramente. Quello è solo il
risultato che si misura in numeri (il nostro maggiore del loro) di
un’operazione umana molto più importante. Un'operazione che abbiamo visto concretizzarsi in cose belle, ma il cui cuore vero stava nell'invisibile. Ciò che abbiamo visto è un uomo innalzarsi al cielo e ripetere fuori
di sé un modello di torsione interiorizzato come conseguenza di multiple
esposizioni televisive al gesto plastico e ficcare di testa una palla in rete,
sfruttando un lunghissimo cross diagonale; abbiamo visto ripetere la stessa diagonale
a palla bassa e con due tocchi di prima di adamantina bellezza un’altra palla
trasformarsi in gioia; abbiamo ammirato il granitico funambolismo di un
fuoriclasse sfuggire alle tagliole dei suoi ex compagni e produrre un nuovo
vantaggio, cristallizzato dal velluto di un tocco di classe sublime, al limite
dello stiracchiamento fatale. E in mezzo ordine, sacrificio, corsa, botte,
indulgenza arbitrale, sudore, dolore (quanto serve davvero un crociato ad un
uomo che non si comporta da vezzeggiativo vegetale ma accetta il ruolo di
ripescato?), urla, un miracoloso riflesso da portiere di un portiere che aveva
detto “fatene quattro e vinciamo”, qualche errore come insignificante
pulviscolo nella luce sfolgorante di una prestazione concentrata e intensa,
quasi perfetta per esecuzione, assolutamente perfetta per spirito. La cosa
migliore, tra tanta bellezza, era la sensazione, presente in ogni istante e
indelebile poi, dopo le docce, la strada, le birre, le parole, di essere una
squadra. Diversa, più forte. Una squadra nata dalla necessità di una difesa
evaporata nelle ventiquattro ore prima della sfida e coagulata dalla necessità
di fare meglio del meglio. Le chiacchiere post-partita ci regalano uno sguardo
dal campo: uno sguardo che coglie tutti i compagni schierati accanto, serrati
vicino, precisi nel difendersi, nel tenere la posizione come una metafora di
ciò che la loro volontà e il loro spirito stava costruendo ad un altro livello.
Ognuno ci ha messo del suo: da Palu che un giorno prima di arrivare alla soglia
dei quaranta si riscopre portiere, a Giangio che nei suoi apparenti trent’anni
sta per tutta la partita inamovibile e insidioso come uno scoglio piantato in mezzo ai flutti neri, a Carlo,
telecomandato e sempre sovrabbondante per impegno, corsa, cuore, a Olly,
interpretazione gialloblu dell’Eto’o del triplete, a Luca, pietra angolare
della squadra, chiave di volta che innerva l’ordine del gioco, a Christian,
sempre serio, ma questa volta, finalmente, con il cuore leggero, seppur non
circondato da cortesie. Ricordiamoci di questa notte. Gli psicologi insegnano
che un modo per motivare e motivarsi è pensare alla bellezza del risultato,
alla sensazione del successo. Scolpiamoci in testa, nel cuore, in un organo
qualunque, basta che sia comodo da leggere la sensazione di questa vittoria. Il
modo per replicarla è semplice. Basta essere la F.C.Elitron.
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