Diventare un po’ più grandi, diventare un po’ più squadra
significa anche diventare abbastanza cinici e determinati per trasformarsi da
quelli che troppe volte si fanno raggiungere all’ultimo secondo e gli si
strozza l’esultanza in gola in quelli che fino all’ultimo centesimo di secondo
ci credono e non importa se hai giocato solo scampoli di partite, per quel
maledetto ginocchio che un giorno ti ha tradito con un crac e hai coccolato col
freddo parallelepipedo di spinaci, in mancanza di meglio, non importa perché
quando c’è da fiondarsi su un’occasione a forma di palla indifesa davanti alla
porta raccogli tutto ciò che hai, ciò che resta nel serbatoio e ci vai dentro
col piattone, a fare tre-a-tre e girarsi ed esultare come Tardelli redivivo,
perché la zampata corre sul filo del rasoio che recide il tempo della partita
(poi solo lo spazio per una staffilata da brivido da centrocampo) e dopo un
inseguimento che pareva non si compisse, invece, è fatta, è pari, è un
punticino che fa bene alla classifica, un’impresa che coccola il morale, anche
se la consapevolezza di non aver fatto il meglio, di poter (anzi dovere) fare
di più storta un po’ i sorrisi negli spogliatoi. Ma va bene così, ora. Stiamo
costruendo un nuovo corso e va bene così, senza guardare la classifica, ma solo
lo specchio delle nostre prestazioni. Ci sono errori, ma anche tanta
concentrazione, volontà, abnegazione. C’è silenzio in campo, parla –urla- il
mister (e qualche volta qualche destinatario di passaggi troppo alti), cantano
i muscoli, fin che ce n’è. Fischiettano le budella: non abbiamo voglia di
crescere, davvero: una sera a settimana abbiamo voglia di essere così, bambini spensierati e pensierosi. Serissimi, sempre come nella prima clip.
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