giovedì 11 febbraio 2010
Cartolina da Saigon
Fa molto caldo, l’ultimo giorno, sulla terrazza dell’Hotel Rex di Saigon. I piatti che abbiamo ordinato impiegano parecchio ad arrivare in tavola e la birra si scalda nei bicchieri: devi aggiungere il ghiaccio se vuoi che resti fredda. Il vento teso muove le bandiere rosse con la stella dritte sui tetti della città e nelle strade dove fervono i preparativi per il Têt. Mancano poche ore alla partenza. Arrivando, solo pochi giorni fa non avrei mai detto che mi sarebbe dispiaciuto così tanto lasciare questo posto. Arrivando, dopo un viaggio che prende la notte in contropiede, apro gli occhi mentre l’aereo tocca terra e la prima cosa che vedo del Vietnam sono dei campi di calcio a cinque, proprio accanto alla pista. L’orologio è ancora sull’ora italiana e mi dice che i miei compagni di squadra stanno dormendo nelle loro case, poco prima di un’alba ghiacciata. E’ già un mondo lontano, condensato nelle ultime immagini che ho catturato dal treno che andava verso Malpensa: tre pensionati che portano a spasso i cani in un giardino, i camion con le merci che sfilano lenti sulla statale, sullo sfondo delle montagne innevate, due conigli neri in un prato, al margine di un boschetto. (In viaggio, nuvole rosa sull’Iran, per un tramonto in anticipo). Le prime cose di Saigon ce le mostra Marco, un vietnamita che parla italiano, un bene prezioso. Marco non lavora più come guida ufficiale da qualche mese, perché deve stare a casa con suo figlio di due anni, che è autistico. Quando era piccolo lui, era la mattina dell’8 aprile del 1975, una bomba ha colpito il Palazzo della Riunificazione e i vetri della scuola hanno tremato. Lui si è rifugiato sotto il banco. Giri per la città, guardi le facce di chi non è più giovane e ti domandi dov’era, cosa faceva mentre c’era la guerra, mentre c’era la merda che ti fa venire la nausea a guardare le foto nel Museo, a sentire la paura che fanno le armi nel cortile. Da allora sono cambiate molte cose, la città si è espansa a dismisura e ora cresce verso il cielo, nei cantieri aperti a notte fonda, nei neon delle piazze con i fiori e i bonsai in vendita, nel casino infernale dei milioni di scooter che circolano per strada. Quando attraversi la strada non devi mai correre. Va’ piano, sii prevedibile, cammina regolare, come se non ti importasse di morire, lascia che ti schivino gli altri. Se scatti sei morto davvero. Il cibo ha sapori che non ho mai provato, freschi e pungenti, erbe con nomi irripetibili, peperoncino basilico e uno spruzzo di lime da aggiungere al Phở, la zuppa più popolare. Nei mercati coperti dai corridoi angusti a tratti l’odore di fermentazione ti stringe la gola: montagne di gamberetti secchi, frutta, pesci vivi messi nelle sporte di plastica, carne e interiora, vestiti, paccottiglia e finti jeans occidentali. Passi e ti toccano un braccio “what are you looking for, sir?”. Nel tempio del quartiere cinese bruciano incensi in quantità e il sole che filtra dalle finestrelle del tetto disegna righe luminose attraverso il fumo che avvolge la statua della dea del mare. Clacson in continuo, fin dall’alba, quando la gente riempie le piazze per la ginnastica. La città non dorme mai. La città mangia sempre, accucciata sugli sgabelli, con la ciotola in mano, sui marciapiedi e dentro i negozi. Da qui vedo il futuro. Le nove di sera arrivano che ancora è pomeriggio in Italia. La partita ancora lontana: si lavora, sbirciando l’orologio, aspettando il momento della battaglia. Dormo mentre dallo zio si portano in tavola le birre e mi sveglio poco dopo il messaggio del presidente: abbiamo vinto. Super Zacca. La ragassa si rigira sotto le coperte. Il Vietnam è un posto pieno di ragasse. Ti guardano se sei occidentale: i peli sul petto sono un lusso. Ti aspettano dal barbiere e le scegli come l’aragosta dalla vasca al ristorante. Sopra ci sono le stanze con le docce. Fanno i massaggi nei centri accanto agli alberghi. Parlano poco ma si fanno capire: se vuoi una piccola aggiunta basta un sì, o anche solo non dire no. Nei locali di notte è come nei film, con le ragasse sole al bancone che lanciano sguardi nell’aria fumosa e gente che gira con due bicchieri in mano. E poi ragasse sugli scooter, dietro un uomo che contratta in inglese o da sole. Le rimorchi stando in sella: le guardi ad un semaforo, ti fermi a quello dopo e sono in cinque a sorriderti. Il Nam è un posto per uomini soli. Se devi scappare, scappa nel Nam. Fa sempre caldo e si vive con poco, in ogni senso. Ci sono diversi italiani qui e ne posso solo sfiorare le storie. C’è un amico qui, che lascio in buone mani, dopo un matrimonio pirotecnico in cui ho portato a spalla un maiale laccato come dono per la famiglia della sposa. Lei è nata a Saigon e mi dice che non avrebbe mai pensato di sposare uno straniero. Si arrangiano per capirsi a parole, tra il vietnamita e l’inglese, ma si capisce che comunicano su un altro piano, aiutati dalla dolcezza naturale dei cuori a mandorla. Mi porto via la sensazione di aver visto un altro mondo, un altro modo di vivere. Vivere con poco in un posto dove ti senti uno nel formicaio brulicante. Non c’è niente da capire e quindi si fa fatica a dare un nome alla nostalgia che ti piglia mentre il rombo dei motori dell’aereo cresce di intensità, insieme al sospetto di aver sfiorato un segreto. Dormo per quasi tutto il viaggio, questa volta rincorrendo la linea della notte, che va verso sinistra sugli schermi nei sedili del Boeing. Fa freddo all’arrivo, sono le sei di mattina e tutto riprende come prima. Nessuno ti aspetta se vai in vacanza. Dicono che dopo che gli astronauti hanno visto la terra dallo spazio il loro sguardo non è più lo stesso. Per fortuna questa sera c’è l’Huracan. Sarà un’ora in cui la testa sarà sul campo, in cui non esisterà più nulla se non il mondo sotto quel tendone, intorno a quella palla. Reset. E’ bello ritrovarvi.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
1 commento:
Quest'uomo ha sbagliato tutto. L'agente di viaggio, doveva fare...
Posta un commento