-Senti smettila, dai, è una follia- dice il piccolo principe.
-Una follia? E' una follia dire di no, piuttosto. Perché negarsi certi piaceri? Dammi un buon motivo.
Mentre aspetta la risposta dell'amico, il vecchio portiere non può fare a meno di ripensare, come fosse un esempio, al piacere della vittoria ottenuta con gli Orange, che sembravano giganteschi nella penombra del riscaldamento, ma risultavano ben più piccoli davanti al mix di calma, tattica e applicazione che la squadra aveva saputo mettere nell’incontro. E che piacere la serata di grazia di Seba che infila sei goal degli otto che avevano fatto. Che piacere dopo, la doccia e i commenti a caldo, la pizza e la birra e le endorfine che circolano nelle vene e le parole che girano ancora nell’aria mentre si cerca di capire, eterno dilemma, quanto sei stato bravo e quanto siano stati gli altri a rendere meno di quello che potevano, rendendoti il compito più agevole. Ma cosa importa? Ancora risuonano nella memoria la verità intoccabile celebrata dal mister negli spogliatoi, subito dopo il successo: che bello giocare bene a calcio. Che bello vincere.
Il vecchio portiere torna al presente e chiede all’amico:-Cosa ti risparmi a fare?
-E’ saggezza da vecchi la tua- dice il piccolo principe, sollevando con mano incerta il bicchiere da 33 e scolando l’ultima goccia di birra. Ci mette un secolo, ma tanto sanno entrambi che quella saggezza è davvero il segno che sono vecchi e che in fondo non c’è n’è un’altra possibile. Per tanti, tantissimi anni, come tutti, hanno atteso di diventare migliori, di capire qualcosa che in quel presente appariva confuso, di afferrare la chiave del senso o almeno imparare l’arte dell’indifferenza e del concentrarsi sulle cose che contano, di dirigere la prua dalla parte giusta, conoscendo la meta. Si comincia da ragazzini, credendo che a trent’anni, chissà come saremo. E poi i trenta passano di slancio e in fondo è tutto come prima, almeno nella capacità di padroneggiare il mondo, almeno in quelle quattro cose che stanno in qualche posto chiuso e inaccessibile e sono il segreto di come siamo. Qualche frustrazione, nel migliore dei casi, ci ha insegnato un po’ di scaltrezza e piccoli dolori hanno rivestito certi nervi. Nel peggiore un po' di successo, il denaro o l’ebbrezza effimera del potere inutile sono allo stesso tempo anestetico e terrore. E così le cose vanno avanti, mentre i figli crescono, la vista diminuisce, il calendario della memoria si infittisce ma finisce per sfoltire alcune cose un tempo così importanti, le abitudini scompaiono da un giorno all’altro, le cose cambiano senza preavviso, piccole deviazioni imprevedibili che modificano lo scenario. Ma non sei vecchio davvero fino al giorno in cui ti rendi conto che ogni ora ti è regalata e sai provare per le cose l’impudente mescolanza di godimento e presagio dell’irreparabile. Perché risparmiarsi? Indossi la giacca pesante per uscire a prendere il pane, trascinando le vecchie scarpe così comode, e non ti stupisci di trovare naturale il pensiero che domani potresti non svegliarti e qualcuno l’appenderà nell’armadio, una tra miliardi di altre cose perfettamente indifferenti. In fondo, ti fa sorridere che i giovani si meraviglino di questa saggezza, che è inevitabile.
I due amici non hanno bisogno di spiegarsi, perché sanno di vederla allo stesso modo, perché ci hanno impiegato più di cinquant’anni a dirselo, e così possono concentrarsi sui limoncelli, che finalmente sono arrivati, insieme al conto.
Il piccolo principe allunga una mano e prende lo scontrino.
-Non eravamo d’accordo così- finge di protestare l’amico.
-Non eravamo d’accordo in nessun modo.
-E ora, invece, siamo d’accordo?
-Non lo so. Fammici pensare. Intanto pago.
Il piccolo principe si alza faticosamente e si avvia alla cassa, ma giunto alla porta, si volta e chiede con un sorriso: -in fondo, perché risparmiare?
Nessun commento:
Posta un commento