venerdì 4 marzo 2011

Elitron-Arriba Perù 15-6

Fa ancora inaspettatamente freddo, anche se il calendario dice che siamo ai primi di marzo. I vecchietti se ne stanno radunati sotto il tendone. Il mister ha appena finito di rimproverare uno perché indossa una tuta troppo in linea con l’età. Ci vuole roba sportiva, roba giovane, lucida e stretta. Basta pantofole, divano, televisione, brodini, mattine al cantiere, con le braccia dietro la schiena, basta artrosi, plaid sulle gambe, pisolini, cappotti pesanti, guanti di lana e villeggiatura a giugno a regime di pensione completa, in Liguria. E’ ora di essere uomini, è ora di fare scintille. Il mister tiene il pallone sotto il piede, pronto per il primo allenamento. “Vi ricordate –dice – “quella sera del 2011, quando i peruviani erano solo in quattro? Vi ricordate la strana sensazione di delusione, nonostante l’abbuffata di goal? Tanti, ma non abbastanza da farci dimenticare i sei che avevamo preso e la squadra che sembrava sbandare e perdere pezzi un po’ alla volta, incapace di dare una sterzata decisiva e rimettersi in piedi”.
Tante teste canute o spelacchiate fanno sì, qualche commento serpeggia, sottovoce.
“E vi ricordate cosa è successo dopo, vero? La voglia di ritrovarci, di stringerci intorno alla nostra idea di essere una squadra, un gruppo di gente che con le sue caratteristiche e i suoi limiti lotta insieme per raggiungere un risultato che sta a cuore a tutti? Con il massimo dell’impegno per andare oltre il massimo risultato ragionevole”.
Gli sguardi girano intorno, a cercare i compagni di quell’epoca. I tentennamenti della testa si fanno più decisi e dal fondo si sente un “forza Elitron” che strappa più di un sorriso.
“Ecco –dice ancora il mister– vorrei che oggi fosse come allora, con la stessa voglia di lasciarsi alle spalle un passato svogliato e sfilacciato e con la stessa determinazione a trovare la forza e la concentrazione che servono (niente goal da centrocampo, niente difesa allegra, via la distrazione e il nervosismo, attenzione, forza, corsa, rabbia, fame, muscoli, denti stretti e cuore dal primo all’ultimo minuto). Io ci credo. Ci credo. Questo è più importante che togliere la ruggine, rimettere in moto le gambe, allargare i polmoni e raddrizzare la mira. Io ci sono. E voi? O devo essere così banale da citare il discorso  di Ogni maledetta domenica?” chiede quasi gridando. “No no, ci siamo!” è l’urlo sguaiato della stessa voce di prima. E sono risate e pacche sulle spalle, saltelli entusiasti e brulicare di giocatori vecchiotti sul prato di moquette. “Bentornata Elitron” dice piano il mister guardando i suoi ragazzi di novant’anni.

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