Nel 1937 un’unità dell’aviazione tedesca, inviata in appoggio al fascista Franco, bombarda la città di Guernica, ispirando un noto quadro cubista in cui si confondono pezzi di umani, bovini, lampade e cavalli. Una cinquantina di anni più tardi la grafite dell’impianto di Chernobyl prende fuoco per un malfunzionamento dell’impianto ed una serie di errori umani, causando il più grande disastro nucleare della storia (ma i giapponesi stanno lavorando per mettersi al passo). Io avevo quattordici anni e il responsabile della sicurezza e qualità domestico, cioè mio padre, proibì, conformemente alle indicazioni dell’allora ministro della sanità Costante Degan , il consumo di verdure a foglia larga, latte fresco e finanche il recarsi a giocare a calcio nel grande prato condominiale. Faceva caldino, io ero un postsovietico con inclinazioni gorbacioviane, deluso perché la Glasnost aveva fatto cilecca, ma soprattutto incazzato perché avevo voglia di giocare e non potevo. Passano quindici anni e, mentre il mondo aveva ancora il naso all’insù puntato verso Manhattan e si domandava cosa fosse esattamente l’antrace, Robert Steinhäuser si assenta per un breve periodo dal ginnasio Gutenberg di Erfurt, nel cuore geografico della Germania, e produce per giustificarsi un certificato medico palesemente contraffatto. Scoperto, viene espulso. Siamo in Germania, dove un ministro, (peraltro di nome Guttenberg, quasi come la scuola) ancor oggi, si dimette per aver copiato testi per la propria tesi di laurea. Dilettante. Insomma Robert ci resta male a non poter più tornare in quella scuola dalla quale aveva voluto tenersi clandestinamente lontano per qualche giorno. E quindi, dopo alcuni mesi, decide di tornarci a suo modo, vestendosi da ninja, armandosi e aprendo una alla volta le porte delle classi per sparare e uccidere tredici insegnanti. Nell’operazione gli scappano anche tre morti “collaterali”. Poi si tira un colpo lui stesso e lì finisce la sua breve, triste, drammatica vita ed anche questa introduzione apparentemente insensata, ma invece destinata a dimostrare che il 26 aprile, data comune degli eventi descritti, nell’ultimo secolo, è stato più volte un giorno abbastanza di merda (si aggiungano un incidente in una miniera cinese, con più di mille vittime, e un disastro aereo). Il 26 aprile 2011 è il giorno in cui è stata fissata la data rimandata per l’incontro di ritorno con AC Trezza. Noi ci presentiamo, sprezzanti di questo ulteriore segnale che Dio, pur in precedenti occasioni difeso dalla deplorevole dialettica denigratoria degli avversari, si ostina a inviarci per dissuaderci dalla pratica del futsal o calcio a cinque altrimenti detto. Siamo a ranghi ridotti, la lista delle sciagure personali muscolari o articolari o semplicemente organizzativo-logistiche sfiora il fluviale. Ci si mettono anche i ladri di scooter a complicare la faccenda. Con il mister si arriva al campo in anticipo, come costume, dopo aver dissertato lungo la strada sull’esiguità della rosa e sull’esegesi del criptico commento di Teto alle convocazioni, si guarda un po’ di serie B, in scena alle ore 20 su entrambi i campi, e si ricorda una partita risolta due anni fa da un paio di siluri di Ibe su punizione. Ibe l’arbitro agente di commercio, che quest’anno ci ha abbandonato (ma solo fisicamente). Ibe che a sopresa si presenta (in bundle con Teto e Sebi) e viene arruolato seduta stante e sbattuto al fronte, come un qualche giovane contadino in una storia di guerra di altri tempi che si conclude certamente con delle lacrime versate da una timida e croccante ragazza che lo amava al paese e gli avrebbe immolato la verginità proprio la notte dopo quella dell’infausta chiamata alle armi (“quando torno ti sposo” le aveva detto lui, per contrastare il presagio di sventura che l’affliggeva). Alla fine dunque siamo sette, abbiamo voglia di giocare a calcio e possiamo farlo, questa volta (e poco importa che a casa, la prossima generazione protesti perché non mi trattengo a vedere le mal sceneggiate Avventure di Sammy, la tartaruga giramondo). Scendiamo in campo con due buoni propositi, probabilmente condivisi: vincere e cercare di evitare risse, con una spiccata simpatia per il primo. Proviamo a realizzarli, ognuno secondo il suo modo e stile. Noi cerchiamo di partire forte, bombardando per diversi minuti la porta avversaria, dove un eccellente portiere ribatte colpo su colpo, i trezzini chiudendosi e ripartendo e sfruttando i calci piazzati, piatto forte del loro menu. E infatti alla prima buona occasione, complice un non eccellente intervento del nostro portiere, il sommelier con le braghe lunghe la mette. Si riparte, con analogo copione e analogo raccolto per noi, cioè zero, e per loro qualche occasione in contropiede, rintuzzata in extremis. Finisce il primo tempo e si assiste ad un piccolo doppio paradosso. Da una parte la squadra che sta vincendo appare divisa da animate discussioni sull’applicazione della tattica, dall’altra la squadra che ha oggettivamente e necessariamente impostato la partita sull’azione offensiva conviene che bisogna spingere di più, andare più avanti. Verso la metà del secondo tempo succede tutto e di tutto (la cronologia potrebbe essere fallace). Prima Trezza manovra una bella azione con passaggi brevi e veloci, facilitati dall’insufficiente pressione dei difensori a strisce, smarcando un uomo davanti alla porta e raddoppiando. Poi Sebi inventa un goal in caduta libera diagonale rasoterra e le speranze si riaccendono. E’ questo il momento in cui va in scena la prima parte di una tragicommedia dell’arbitro, involontariamente protagonista della fasi cruciali della partita, grazie ad errori abbastanza equanimemente distribuiti, ma causati ripetutamente da un deplorevole deficit di personalità. Prima una mal calcolata uscita del prolisso sottoscritto termina con un fallo da rigore evidente, non concesso. Poi un intervento irruento del mister viene punito con un giallo-a-richiesta quando il fallo era praticamente prescritto, grazie alla più recente porcata legislativa del presente mercenario governo di mafiosi. Gli animi si scaldano e così il piede del nostro bomber che prova l’ennesima conclusione verso la porta avversaria e questa volta pesca il jolly dell’errore umano di un portiere incapace di mezze misure, che dopo aver surclassato San Gennaro, ora si fa passare la palla tra tutti gli arti disponibili e la lascia finire in rete. E’ il pari e poco dopo arriva il quinto fallo degli amaranto, tra le proteste. La partita è in bilico, tutto può succedere ad una manciata di minuti dalla fine. E quel che succede è che innanzitutto si compie la seconda parte della partitura per arbitro solo, con la negazione di un fallo tanto palese quanto pesante, perché sarebbe il sesto e ci porterebbe al tiro libero, poi il libero arriva davvero. La palla viene faticosamente stabilizzata sul punto di battuta, il portiere avversario batte due volte la mani e stende le braccia, parte la rincorsa e poi il tiro. Parato. Occasione sprecata. Si riprende, c’è un fallo a metà campo. Teto va in marcatura sull’attacante avversario e non gli lascia nemmeno il tempo di domandarsi a chi smistare il passaggio che sta arrivando: lo schiocco prodotto dal noto contatto scarpa caviglia è di quelli che non lasciano tanti margini al dubbio. Punizione in posizione centrale, poco fuori area. Discutibile e discussa strategia difensiva organizzata da chi scrive e goal a meno di due minuti dalla fine. Proviamo a crederci ancora, proviamo a raddrizzare di nuovo la partita, quand’ecco che il terzo atto della tragicommedia arbitrale si compie. Lancio lungo al limite dell’area amaranto, intervento scomposto da dietro da parte del difensore di turno su Sebi che viene sbilanciato. Arriva un fischio. Mentalmente andiamo nuovamente verso l’immaginario dischetto del tiro libero, ma mentre siamo lì lì per andarci anche fisicamente di fischi ne arrivano altri due, a dire che la partita finisce lì, che usciamo sconfitti da una gara che non avremmo meritato di perdere.
“Pessimo, pessimo, pessimo” continua a sbraitare il mister e ancora in questo momento non si capisce a cosa si riferisse esattamente. Lo urla mentre esce dal campo, lo strilla mentre entra negli spogliatoi, lo strepita ininterrottamente mentre si toglie le scarpe e le sbatte sul pavimento. Si interrompe solo per dire bravi tutti comunque e poi riprende ossessivamente mentre altri discutono animatamente, con congruo livello di decibel, circa le responsabilità individuali ed il loro impatto sul risultato della partita. C’è molto nervosismo, troppo. Così troppo che son costretto, ora e qui, a scusarmi con i compagni presenti per l’esagerazione di un gesto, deprecando nel contempo la qualità di certi materiali scelti evidentemente più in ragione del risparmio economico che della solidità strutturale e dell’efficienza funzionale.
Dopo c’è la pizza, il filetto al pepe verde con insalata mista modificata di Carlo, una macedonia sola per due richiedenti, la birra, le chiacchiere, le risate, l’ostentazione di una sterile conoscenza dei meandri del regolamento del gioco, le confidenze e il pudore su vicissitudini sentimentali e alcune sorprendenti ed esecrabili dichiarazioni di gradimento verso la pratica limonatoria. Dopo c’è il ritorno a casa e la domanda del mister “ma tu adesso ti metti giù e riesci a dormire subito?”, che nasce da quella maledetta voglia di rigiocare subito che ti resta addosso quando le cose vanno così ed è figlia della frustrazione, del rimuginio su certi dettagli e della fame di vincere.
Aber für heute reicht's.
2 commenti:
Bravo portiere..bell'articolo.
grazie. chiunque tu sia.
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